Si salvi chi può

Qualcosa è cambiato. Ci stiamo purtroppo lentamente lasciando alle spalle gli ultimi strascichi di questa pandemia che tante vittime ha fatto, fuori e dentro i cimiteri. Ma anche per quelli che, in un modo o nell’altro, sono rimasti vivi il mondo non è più lo stesso. O forse loro non sono più gli stessi. Basta prendersi un attimo per guardarsi intorno, facendolo in maniera attenta e non superficiale. Il sentimento diffuso è di stanchezza, di rassegnazione mista ad impotenza, di chi ha subito l’ennesima sciagura, l’ennesimo colpo che magari stavolta potrà essergli fatale, se non subito, nel futuro più prossimo.

Chissà cosa accadrà fra qualche mese, quando davvero si potrà ben soppesare quanto accaduto ed il conseguente atteggiamento popolare, se ancora il sentire comune sarà quello da sopravvissuti, se si tornerà alla vita di prima come se nulla fosse successo o, come oggi ben molti profetizzano ma pochi credono, potrà addirittura inaugurarsi un periodo di rinascita, di nuovo ottimismo, di rilancio e di conquiste, tale da essere paragonato finanche al secondo dopoguerra.

È possibile davvero fare questo parallelismo? A mio avviso no, non lo è, poiché significherebbe paragonare due epoche storiche completamente diverse, lontane l’una dall’altra in maniera tale da non permettere neppure il più ostinato tentativo di promuovere i soliti “corsi e ricorsi”. E questo in primis per un’inevitabile mancanza di informazioni cruciali.

Su tutte c’è proprio quella legata allo stato d’animo del popolo nel periodo immediatamente successivo le battaglie, i morti, i dispersi e le case rase al suolo. “Quando finì la guerra tutti uscirono in piazza a ballare” parafrasando Guccini, e c’è da credergli che sia vero. Ma quando la musica finì, poi, dove andarono? E a ballare lì in piazza c’erano proprio tutti? Anche chi piangeva figli o mariti morti? Anche chi aveva perso ogni cosa? Anche chi sapeva che di fronte avrebbe avuto anni forse ancora più difficili di quelli appena trascorsi?

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Non è che, magari, mentre alcuni danzavano, c’erano altri intenti a cantare dai balconi? Perché se è per questo non ce li siamo fatti mancare neanche noi, figli di una battaglia ben meno virulenta e più subdola. Oggi come allora, chi soffre esiste al pari dei festaioli, ma con la sola differenza che prima era quello un dolore silenzioso, intimo, e vissuto quasi colpevolmente dinanzi a tanta propagandata e necessaria gioia.

Il dolore attuale, invece, urla, manifesta, condivide, si propaga e diventa esso stesso la vera notizia, più di ciò che lo ha generato e, soprattutto, anche per chi da questo, fortuna sua, non è stato nemmeno sfiorato. Così che si smette di cantare e si inizia a piangere.

Finalmente l’avvento di una vera comunità che sa condividere felicità e tristezza, gioie e drammi, restando unita ed affrontando tutto insieme. Giusto? Mah, diciamo che è una possibile versione dei fatti, salvo dover però notare che tale empatia spesso dura non più delle 24 ore di una storia di Instagram, spostandosi poi verso nuovi dolori, nuove battaglie, nuovi fardelli da portare quel tanto che non ci inizi a pesare, o che ci lasci liberamente respirare, solo per poter dire “Io c’ero”, “Je suis”, condividere una foto arcobaleno o uno schermo nero e poi pensare a come, qualche ora dopo, riuscire ad attrarre nuovamente i propri followers.

È la spettacolarizzazione del dolore, quella che ci insegna Barbara D’Urso, figlia del fatto che con la gioia non si va più da nessuna parte. Se sei felice, speranzoso e ottimista in questo periodo, sei fuori contesto, fuori moda, e anzi probabilmente degno di più che fondati sospetti. “Avrà fatto i soldi con gel e mascherine”, “Starà in cassa integrazione e prenderà soldi in nero”, “Avrà alzato i prezzi e ridotto il personale”. Ciascun pensiero positivo non può essere figlio di una reale fiducia nel domani ma solo frutto di qualche losca motivazione degna delle più feroci critiche. Ora bisogna stare male.

“Quindi se negli anni ’50 hanno avuto il boom economico e noi stiamo a piangerci addosso, siamo noi moderni quelli sbagliati?”. No siamo solo più social addicted, più interconnessi, e paradossalmente siamo ancora più disinformati e confusi, grazie a media riescono abilmente a disorientarci sputando fuori un’inutile enorme massa di informazioni.

“Il pessimismo nasce da quanto accaduto, ed il popolo se ne ricorderà, continuando a far sentire il proprio dramma e ad impedire di parlare di rinascita finché questa non sarà reale per tutti” può essere una sintesi del messaggio che ora sta passando. Ma quanto durerà? C’è da giurarci non più delle canoniche 24 ore, o fino all’uscita della nuova hit estiva di Fedez. Da quel momento liberi tutti, ed allora sì che ci sarà un nuovo boom, fragoroso e frenetico ma al tempo stesso improvvisamente cieco come in un libro di Saramago, incapace di vedere la sofferenza e forse più in là di se stesso. Ma almeno staremo ballando, anche se non ricordandoci su chi e forse nemmeno perché, così che il boom potrà avere inizio…


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