Se il male diventa normale

Recentemente ho scoperto un bellissimo racconto, “La Lotteria” di Shirley Jackson. Molto breve, semplice nella scrittura, con una storia apparentemente banale: le dinamiche di una Domenica del Villaggio legate alla pratica storicamente acclarata di partecipare ad una particolare lotteria. Nella particolarità, tuttavia, risiede l’intuizione che rende unico questo scritto: il “premio” in palio, infatti, prevede l’essere sorteggiato per una pubblica lapidazione nella piazza del paese.

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Il punto di vista utilizzato dallo scrittore è volutamente esterno a tutti i personaggi, come la voce narrante di un documentario, che rassicurante e confidenziale arriva con naturalezza a raccontare il tragico quanto sorprendente finale in cui si scopre l’oggetto dell’amara vincita. Interessante però è la descrizione del contorno, fatto di uomini, donne, giovani e anziani, che partecipano quasi in automatismo a tali pratiche e che più che sorpresi o inorriditi risultano oramai annoiati e desiderosi di terminare prima possibile il tutto per dedicarsi ad altro. La lotteria ovviamente va avanti negli anni, vengono azzittite sul nascere le voci che la vorrebbero soppressa “come avviene nei paesi vicini”, ed a nulla servono le implorazioni della sventurata vincitrice, che vede data una pietra in mano anche al suo figlio più piccolo, a simbolo di un uso che deve travalicare qualsiasi tipo di affezione.

Questa “normalità del male”, questo suo insinuarsi a mo’ di tradizione nelle nostre vite, cui siamo così abituati che piuttosto che sorprenderci ci annoia, è ciò che sta accadendo oggi nel nostro Paese. Migliaia di persone vengono lasciate in balia delle onde a largo delle nostre coste, e noi piuttosto che porci domande, cercare soluzioni, provare a colmare le mancanze di chi, in altre Nazioni, non riesce a dare una possibilità ad esseri umani come noi, siamo scocciati del protrarsi negli anni di un simile fenomeno, preferiamo liquidare il problema il prima possibile per dedicarci ad altro, e soprattutto non ci meravigliamo né ci interessiamo della sofferenza di queste persone, lapidate dalle onde e dall’incertezza.

È un dramma individuale e collettivo cui oramai ci siamo abituati, che non fa quasi più notizia se non per le ripercussioni politiche e per il dibattito che crea in termini di interessi economici, tra mafie, collusioni e fondi europei.

Siamo diventati così insensibili? Non credo, più che altro siamo diventati troppo superficiali e facilmente distraibili. Una delle premesse dell’era ipertecnologica in cui viviamo, con il cellulare come estensione della nostra mano ed il web stracolmo di informazioni sempre disponibili, era che, in questo modo, avremmo assistito ad una evoluzione socio-culturale senza precedenti. Con pochi soldi, infatti, ognuno può arricchirsi di conoscenze, consultare enciclopedie, approfondire tematiche anche in altre lingue e seguire programmi e reportage giornalistici on demand. L’occasione, tuttavia, è stata sfruttata solamente da una piccola parte dei possessori di tali mezzi, mentre l’altra – con tali superpoteri – ha pensato bene di isolarsi in una subcultura, dove la realtà, forse, si percepisce solo da qualche lontano rumore.

Su questa strada non potrà esserci altro futuro se non quello vissuto da attori passivi delle nostre vite, accettando quel che ci viene proposto come ineluttabile senza neanche fermarci a riflettere se sia giusto o meno. Questo atteggiamento quali rischi prevede? A prima vista nessuno, tranne il ritrovarci un giorno per caso al centro di una folla arrabbiata e pronta ad un insensato linciaggio, guardando negli occhi nostro figlio pronto a colpirci senza nemmeno chiedersi il perché.

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