Felici e contenti (?)

Noi italiani troppo spesso siamo soliti considerarci abitanti di un’isola felice. Non completamente lontani dagli altri paesi e dalle loro beghe ma in generale impermeabili a ciò che non ci piace, che ci fa riflettere, che può provocarci danni o conseguenze e che, pertanto, ci fa concludere che è meglio “guardare dall’altra parte”.

 

Ovviamente lo scenario politico si schiera fedelmente al fianco di questo modus vivendi, divenendo nelle parole e nei provvedimenti specchio di ciò che, apparentemente, sono i temi preferiti da tutti. Attenzione, non stiamo parlando solo di argomenti piacevoli, e questo è il problema più grande. Noi italiani, difatti, riusciamo non solo a crearci il nostro “Paradiso ideale”, ma siamo in grado – probabilmente da buoni cristiani – di costruirci anche una personale proiezione di ciò che riteniamo il Male Assoluto ed i più grandi problemi del nostro quotidiano, prendendoci in giro che tutto si riduca a questi ultimi così da stare con la coscienza pulita che, almeno in parte, abbiamo considerato anche ciò che non va. In cuor nostro, però, sappiamo bene che i problemi sono altri, ben più gravi e ben più grandi, di noi e di tutti, capaci di sovrastarci e di condizionare e segnare indelebilmente le nostre vite e quelle delle generazioni future. Tuttavia, pur di fronte a tale consapevolezza, nell’incapacità di vedere una soluzione e nel disincanto di non credere che qualcuno possa trovarne una (ritenendoci inequivocabilmente migliori di tutti), preferiamo aspettare quel che sarà “auto-distraendoci”, facendo finta di nulla e non prendendo alcuna posizione. E se proprio qualcosa dovrà accadere, faremo finta di essere sorpresi ed agiremo di conseguenza.

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Che questo, invero, sia l’atteggiamento proprio del cittadino medio, con la vita schematizzata casa-lavoro-casa, le vacanze ad agosto e la Messa nelle feste comandate, ci può anche stare: dalle ultime ricerche in Italia abbiamo una percentuale di laureati intorno al 15% rispetto alla media degli altri Paesi dell’Unione che si attesta attorno al 30%, quindi non c’è da sorprendersi del nostro essere capaci solamente di guardare all’orticello davanti casa. Il problema, tuttavia, subentra quando anche chi sarebbe preposto ad avere una visione più sistemica, che considera la nostra posizione geo-politica, il nostro essere membri di Organizzazioni Internazionali nonché firmatari di trattati politici e accordi commerciali, che tiene conto del cambiamento socio-economico, della mobilità transnazionale di cose e persone, e dei costanti progressi tecnologici, parla lo stesso linguaggio e con gli stessi argomenti di quell’homme normal inizialmente descritto. Se chi comanda lo fa “di pancia” e non con la testa, non potremo che ritrovarci ad affrontare solo crisi ed emergenze, che ci pioveranno addosso e rispetto alle quali potremo solamente essere dei ricettori passivi e, inevitabilmente, impreparati.

La neoeletta classe politica, in tutte queste settimane post-voto, non ha saputo fare altro che parlare di attendismo, riflessione, analisi, ponderazione delle possibilità e dei pro e contro, ma fondamentalmente non ha saputo ancora esprimersi su quasi nessuna delle tematiche all’ordine del giorno quali immigrazione, sanzioni alla Russia, guerra in Siria, protezionismo statunitense, revisione degli accordi legati alla percentuale deficit/PIL stabilita dall’Europa, e tanti altri su cui si potrebbe discorrere, purtroppo, quasi senza soluzione di continuità.

Forse, a conti fatti, il problema è proprio questo, che anche chi si è proposto in Parlamento come “il nuovo che avanza”, alla fine è più privo di fiducia nel futuro di chi, commettendo grandi errori, li ha preceduti dal dopoguerra ad oggi. Perché nel momento in cui ci si strugge, si litiga, si discute o addirittura si arriva allo scontro (ovviamente dialettico) per provare a convergere su punti di vista ed opinioni, c’è in tale dinamica quella luce di speranza nella quale riporre tutta la fiducia possibile. Quando, invece, comincia a regnare il silenzio, o peggio i discorsi retorici, fatti in “politichese” affinché si dica tutto e il contrario di tutto, finalizzati a parlare senza dire, ad analizzare senza spiegare, a scegliere senza decidere, ci avviciniamo ad un baratro buio come la pece. Dove la luce è spenta e l’interruttore è rotto, ma oramai si è diventati tutti troppo cechi per rendercene conto.

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