Risorse e speranze

Sul tema degli immigrati ho scritto negli ultimi anni pagine e pagine. Non certo saggi e dissertazioni, ma piccole riflessioni, costanti e quanto più possibile calate nel nostro presente, cercando invano di diffondere il pensiero che il fenomeno migratorio, proveniente da qualsivoglia parte del mondo, non foss’altro che una grande occasione per l’Occidente, globalmente considerato.

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Giorno dopo giorno, mese dopo mese, culture “altre” sono arrivate nella nostra quotidianità, non attraverso guerre, invasioni o conquiste, ma con le braccia aperte di chi cerca soccorso e salvezza, di chi prima di noi ha percepito l’importanza (o forse la necessità) di aprirsi al mondo, e di farlo nella maniera più pacifica possibile, conservando le proprie radici ma provando, chi più chi meno, ad integrarsi adattandosi a costumi nuovi e a una cultura lontana e di difficile comprensione. Rispetto a questo mio pensiero, che fortunatamente ha comunque trovato tanti proseliti nella moltitudine di persone ed associazioni impegnate affinché il processo descritto si svolgesse nel più breve tempo possibile ed in maniera efficace, ha però riscontrato al contempo una retorica dominante sempre basata sulla xenofobia, sulla percezione del “diverso” come incompatibile e lontano da noi, sulla voglia di chiudersi dietro mura (reali o legislative) pur di preservare delle tradizioni di cui, invero, sarebbe difficile rintracciare la reale paternità. Oggi, invece, dopo anni bui, sembra che le menti dei governanti della nostra Europa abbiano finalmente capito che, oltre che centralizzare le normative relative agli aiuti, al primo soccorso ed alla divisione numerica dei richiedenti asilo, fosse necessario un indirizzo univoco anche per l’inserimento di queste migliaia di uomini e donne all’interno del tessuto sociale di ciascun paese, facendo seguito all’incapacità di alcune nazioni (con l’Italia capolista) di trovare un’intesa politica bipartisan – o forse tripartisan – su da farsi. Sono nati quindi recentemente progetti interessanti e strutturati che, fortunatamente, stanno già riscuotendo i primi frutti (leggi lo  SPRAR e tanti altri), così come sono al vaglio delle Commissioni dell’Unione altre possibilità di inserimento lavorativo degli immigrati, che inevitabilmente è il primo step affinché inizino a sentirsi effettivamente cittadini europei ed a contribuire alla crescita del Paese che si è offerto di accoglierli. Personalmente non so se essere felice per questo cambio di rotta che, seppur lentamente, si sta attuando, o se essere triste e sconsolato per il tempo perso, per le tante occasioni di crescita che colpevolmente non abbiamo colto, barricandoci contro chi non voleva altro che un’occasione. Questa, tuttavia, è l’atavica questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, quindi è inutile guardarsi alle spalle e val solo la pena continuare a sperare per il futuro. Molti pensano che quest’aspetto, strumentalizzato in lungo e in largo durante questa campagna elettorale, dipenderà molto dall’esito delle prossime elezioni, ma non è così. Se cambierà o meno la nostra percezione sugli immigrati, che essi vengano dall’Africa, dall’Est Europa, dal Sud America o da Oriente, ciò dipenderà solo ed esclusivamente da quanto saremo capaci di cambiare il nostro modo di guardare agli altri e a noi stessi, dal coraggio che dimostreremo nel non chiuderci rispetto a ciò che percepiamo come differente, e soprattutto dipenderà da quanto e quando riusciremo a capire che quelle braccia protese non hanno mai voluto attaccare nessuno, ma cercavano, finora invano, solamente il calore di un abbraccio.

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