Compiti & Vacanze

Book on the beach

 

Di tempo certamente ne è passato, ma il ricordo dell’approssimarsi dell’estate dal punto di vista scolastico coincideva sempre con un solo pensiero fastidioso fra mille sogni di tuffi, serate fra amici, amori estivi e falò in spiaggia: i compiti per le vacanze

Stante l’evidente ossimoro (è come se oggi durante le ferie ci dessero comunque del lavoro da svolgere) in realtà la cosa era – e credo sia ancora – pedagogicamente ideata per evitare che le giovani menti al mare dimentichino in stile Matrix qualunque nozione appresa sparaflesciati dal riverbero del sole sul mare. Benché questi abbiamo rappresentato – per me all’epoca come per gli studenti di oggi – la nota dolente con cui dover fare i conti il primo settembre, quando si cominciava praticamente da zero perdendo un altro paio di giorni solo per fare i conti su quanta roba bisognava fare al giorno per finire tutto in tempo, oggi li rimpiango. E non solo per me, li rimpiango per tutti (studenti esclusi). I “compiti per le vacanze”, infatti, servirebbero più da adulti che da ragazzi, essendo questi ultimi già chiamati tutto l’anno ad interessarsi al mondo che li circonda, ad apprendere nozioni nuove, a ragionare per risolvere problemi e ad integrarsi nel migliore dei modi in una società sempre in evoluzione. Da grandi, invece, tutto questo viene dato come tacito, come un “già fatto”, col risultato che tuttavia il mondo va avanti senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. La politica, il contesto sociale, la realtà internazionale, ma anche il nostro tessuto urbano più prossimo, se non indagati costantemente con un minimo di attenzione, finiscono per risultare delle sfingi, belle ma indecifrabili. Passano così i mesi, gli anni, e ci ritroviamo a guardare e non vedere, a sentire senza ascoltare, a parlare senza dialogo. Ogni cosa è desiderosa di aprirsi a noi ma, col tempo, ci siamo chiusi in noi stessi e nella nostra routine senza via di scampo. Per questo rimpiango i compiti per le vacanze. Piuttosto che farli da giovani, teniamoceli “a stagionare” per qualche anno e riapriamo libri e giornali durante le meritate ferie: mettiamoci a leggere i classici, guardiamo alla politica interna ed internazionale, avviciniamoci ai fenomeni che oggi caratterizzano le nostre giornate – dal terrorismo ai migranti – , senza per questo tralasciare la sana chiacchierata sul calciomercato o sul gossip da spiaggia. Se fosse obbligatorio, anche senza esame finale, sarebbe una rivoluzione, e soprattutto finiremmo col ritrovarci a settembre con le idee un po’ più chiare ed aggiornate. Con molta probabilità a breve saremo chiamati alle urne a decidere finalmente qualcosa su chi vogliamo che guidi il nostro paese. Arrivarci come in passato sprovvisti (o quasi) di qualsiasi valida informazione, e basandoci magari solo sul “sentito dire” e sulle chiacchiere da ufficio, può essere un’ulteriore colpo alla nuca assestato al nostro paese già in ginocchio. E comprare il giornale il giorno prima delle elezioni, così come aprire il libro il giorno prima delle lezioni, potrebbe iniziare a non bastare più per superare “indenni” un’altra lunga annata.

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