Gli invisibili

Magazziniere, operaio conserviero, addetto al bancone del bar, raccoglitore agricolo, aiuto idraulico, aiuto elettricista, aiuto meccanico, aiuto caldaista, addetto al volantinaggio, benzinaio, operaio in un’azienda di mangimi, scaricatore in un rivenditore di cucine, stagista in un patronato, addetto al deposito presso un rivenditore di bibite, dipendente di un autolavaggio. No, non è il classico esempio di inizio anno dei lavori più diffusi, usuranti o in via d’estinzione, e non è nemmeno l’elenco dei ruoli ricoperti dal romantico personaggio tuttofare interpretato da Antonio Albanese ne “L’intrepido”. I lavori di cui sopra sono quelli svolti da Pasquale B. negli ultimi 10 anni, ovvero da quando, dopo la maturità professionale è entrato nel mondo del lavoro. Pasquale è un bravo ragazzo, cui piace lo sport e divertirsi con gli amici. Suo padre è operaio, sua madre casalinga, e vivono nell’estrema provincia a sud di Napoli. È di buona salute, corporatura robusta e, soprattutto, è un gran lavoratore: non si tira mai indietro quando c’è da guadagnare qualcosa, ma spesso si impegna anche semplicemente per “dare una mano” ad amici, parenti o per progetti di solidarietà della sua comunità locale. Queste sue doti non spiegherebbero i tanti lavori cambiati. O forse sì. L’elenco, infatti, è composto tutto da mestieri ricoperti con pagamenti in nero o, nei casi fortunati, con contratti a tempo determinato, rispetto ai quali gli orari reali erano tuttavia ben maggiori di quelli sulla carta pattuiti. Pasquale dinanzi a simili condizioni non si è mai scoraggiato, ed anzi sperava che, accettando proposte inizialmente ben poco vantaggiose, potesse col tempo dimostrare il proprio valore e, magari, ottenere una paga maggiore e degli orari meno massacranti (rispetto alle 10-12 ore richieste “per cominciare”). Il tempo, tuttavia, ogni volta è passato – settimane, mesi, a volte anche anni – ma la situazione non è cambiata di una virgola e, anzi, dimostrando ulteriori qualità, a Pasquale venivano assegnate sempre maggiori mansioni senza che vedesse rimpinguata la propria paga nemmeno di un solo euro. E ovviamente tutte le volte che ha provato a farlo notare al padrone di turno è stato messo alla porta, senza tanti complimenti e manco a dirlo con le scuse più improbabili.

 

Negli ultimi mesi, sempre parlando del territorio all’ombra del Vesuvio, sono arrivate le nuove opere di Roberto Saviano e Michele Santoro, rispettivamente il già best seller La paranza dei bambini ed il pluripremiato documentario Robinù. Entrambi danno uno sguardo feroce sul fenomeno che vede la criminalità dilagare sempre di più tra i giovani, che cercano di emulare i boss (veri e di fantasia) che la tv ed il cinema propongono – dato che quelli veri fortunatamente stanno sempre più diventando merce rara grazie ad arresti ed uccisioni. Si è tornati, così, subito a puntare il dito contro le Forze dell’Ordine che non controllano a dovere il territorio, contro la scuola che non “educa i ragazzi alla cultura della legalità”, contro le famiglie che non sanno trasmettere ai propri figli i giusti valori della convivenza civile e lontana dal malaffare. Queste, probabilmente, sono tutte componenti del sistema marcio in cui insistono i protagonisti nel libro e della pellicola, sebbene la repressione possibile con un massiccio spiegamento di forze – come qualcuno vorrebbe – non è che un palliativo che, anzi, potrebbe portare ad escalation ancora maggiori ed a vere e proprie guerriglie urbane sul medio-lungo periodo. L’aspetto di maggiore importanza è quindi quello culturale, nella dialettica scuola-famiglia, ma quest’ultimo va alimentato, sostenuto e fortificato grazie a politiche mirate: se a scuola si insegna ai ragazzi che l’onestà è giusta e la criminalità è sbagliata, e poi il “mondo onesto” si dimentica di loro ben presto mentre la criminalità li coccola dandogli un lavoro ed un sostentamento per le loro famiglie, non andrà a mutare la loro percezione di ciò che è buono e cattivo? Un vecchio proverbio napoletano, ripreso anche in una celebre battuta de Il Camorrista di Tornatore, recita “chi me dà a magna’ m’è padre”, ed inevitabilmente la storia ancora oggi continua a ripetersi. Finché lo Stato, attraverso la politica, non si impegnerà a dare un lavoro dignitoso a tutti coloro che lo desiderano, non potrà essere padre di nessuno. E quindi da nessuno potrà pretendere amore e rispetto. Tutte le belle parole con cui si riempiono libri e film non servono a nulla se poi, nella pratica, non si guarda a ciascuna realtà territoriale, dando ai suoi figli la prospettiva di un domani possibile e rapportato alle proprie capacità ed alla propria voglia di impegnarsi. Questo è ciò che, tra le righe, hanno mostrato Saviano e Santoro, e che ognuno invece dovrebbe cogliere come principale fondamento di tutto quel male, odio e degrado.

Se dopo dieci anni di licenziamenti, porte in faccia e pagamenti elemosinari Pasquale decidesse di avvicinarsi alla malavita, finirebbe presto per essere da tutti additato come una brutta persona, un poco di buono, degrado della società e parassita della “gente perbene”. Tuttavia fin quando Pasquale non farà un simile passo – che spero e sono sicuro non farà mai – per quelle stesse persone continuerà a non esistere, lui ed i suoi problemi, la sua disoccupazione ed il portafogli vuoto. Lui e tanti suoi simili continueranno ad affollare le strade fra l’indifferenza generale. Almeno fino a quando qualcuno di questi non deciderà di imbracciare un mitra, ma a quel punto il dito che premerà il grilletto e quello di coloro che lo indicheranno con la paura negli occhi saranno ugualmente colpevoli. O forse i secondi lo saranno un po’ di più.

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Una risposta a "Gli invisibili"

  1. riflessione che condivido pienamente. Il paradosso è che il lavoro nero sembra essere diventato “legale”, tanto che resta l’unica risposta a tutti i Pasquale che tentano di entrare nel mondo del lavoro. Mi domando dove noi adulti abbiamo sbagliato.
    Sally

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